ARTICOLI

Fame emotiva, e se sono un uomo?

Il percorso Breaters

Fame emotiva, e se sono un uomo?

7 nov, 2020

La “vulgata” spesso ci racconta che la fame emotiva o la fame nervosa   siano un problema esclusivamente femminile. 

Be’, possiamo dire che è l’avverbio esclusivamente che non va, sì è vero, i disordini alimentari colpiscono statisticamente più le donne che gli uomini, ma gli uomini non ne sono certo esenti.

 

Un problema anche maschile


Posso dirlo a ragion veduta: sono un uomo e per 40 anni ho sofferto di
binge eating, o per usare il termine in italiano di quella che si chiama sindrome da alimentazione incontrollata

In parole povere, mi abbuffavo per sostenere il “peso della vita”.

Uso il passato perché da 12 anni a questa parte, ormai, ho smesso di abbuffarmi.

Cosa mi ha consentito di riuscirci? Mettere attenzione e consapevolezza in poche e semplici azioni quotidiane che fra poco ti riassumo. Ma prima, facciamo un passo indietro…

 

Identikit di un mangiatore emotivo


Chi è il mangiatore emotivo? Quali sono le sue caratteristiche?

Dobbiamo partire dal presupposto che per motivi “culturali” per un uomo potrebbe essere più difficile ammettere di usare il cibo per sostenere le pressioni della vita.

(Su questo argomento leggi anche:
Fame emotiva: da quali stress è causata? )

Perché? 

Perché da noi uomini ci si aspetta determinazione, solidità, compattezza. E se siamo sensibili? Se abbiamo delle fragilità? Nella maggior parte dei casi abbiamo imparato benissimo a nasconderle…

 

Integrare la propria vulnerabilità


La “partita” si gioca tutta qui, prima nell’ammettere e poi nell’integrare le proprie fragilità. Per farlo, in termini pratici, bisogna imparare ad ascoltarsi essendo influenzati da condizionamenti e idee preconcette su se stessi.

La via della consapevolezza e la migliore 


Già, per imparare a riconoscere cosa proviamo davvero non c’è niente di meglio della
meditazione di consapevolezza.

La meditazione consente di riconoscere quali sono i nostri reali stati d’animo, insegna a conviverci e soprattutto ci mette nelle condizioni di essere meno reattivi. 

Ci insegna, cioè, a trovare quello spazio tra stimolo e risposta che può metterci in grado di non agire un impulso automatico come può essere quello di mangiare compulsivamente

 

Imparare ad ascoltarsi


Imparare ad ascoltarsi ed ammettere le proprie fragilità senza vergogna è il primo passo per liberarsi dalla schiavitù del
cibo emotivo.

Quello successivo è separare il cibo dalle emozioni. Ed anche questo diventa possibile attraverso la costanza nella pratica meditativa.

Ci sono centinaia di studi scientifici che dimostrano l’efficacia della meditazione di consapevolezza, oggi nota anche come mindfulness, nell’attenuare la spinta delle abitudini compulsive.



La meditazione è l’“antidoto” più efficace alla fame emotiva


È con la meditazione che ho smesso di abbuffarmi?

Sarebbe semplicistico metterla così, e non sarei del tutto sincero affermandolo. Lasciarsi alle spalle un disturbo alimentare è qualcosa che necessita dell’utilizzo di più risorse, essendo un disagio profondo e radicato, però posso dire senza timore di essere smentito che la meditazione è stata determinante per me per essere più stabile nella relazione con le emozioni.

 

La pratica meditativa mi ha insegnato a navigare nella tempesta


Proprio così: meditare non attenua il proprio
sentire emotivo ma facilità l’ampliamento della capienza interiore. Meditare ci abitua a essere in contatto con noi stessi e con ciò che proviamo in modo più profondo e più “innocente” al tempo stesso.

(Su questo argomento leggi anche: Il potere semplice del respiro).

Intendendo per innocenza quel semplificare quei processi mentali che spesso ci portano ed un eccesso di pressione.

Meditare vuol dire imparare a stare con le cose così come sono, sviluppare cioè una maggiore oggettività (che non è distacco!) rispetto a ciò che proviamo. 

A essere meno sopraffatti dalle tempeste della vita. A surfare sulle onde anziché esserne travolti, come insegna Jon Kabat-Zinn, colui che ha occidentalizzato la pratica meditativa codificandola nella Mindfulness.

 

Qualità maschili e fame nervosa


Buone notizie per noi uomini: se è vero che ammettere di essere dei
mangiatori emotivi può essere più complicato che per le donne, abbiamo però ho un asso nella manica, rappresentato da una maggiore attitudine alla disciplina.

Questa nostra “qualità culturale” ci può aiutare, ad esempio, a sviluppare la resilienza, ossia quella perseveranza nelle condizioni avverse che spesso in fatto di relazione emotiva col cibo può fare la differenza.

 

Dieta restrittiva Vs consapevolezza


Naturalmente quando parlo di resilienza non mi riferisco allo sforzo di mantenere una
dieta restrittiva.

Parlo soprattutto di una maggiore capacità maschile (media) di sostenere quello che è invece uno sforzo consapevole che vada nella direzione di essere costanti sia nella pratica meditativa che nel rimettere ordine nella propria alimentazione.

Perché questi due aspetti, per liberarsi dalle proprie abitudini compulsive, devono per forza andare di pari passo.

(Leggi anche: Ascoltarsi durante i pasti mette al riparo dalla fame emotiva)

 

Azioni quotidiane per essere liberi dalla sofferenza del cibo emotivo


Eccoci, come promesso all’elenco della azioni quotidiane che mi hanno consentito di liberarmi dalla
sofferenza del cibo emotivo.

Sono poche, in realtà, e facilmente attuabili. Non ci avrei creduto, 12 anni fa, se me lo avessero detto…

 

Cosa faccio ogni giorno per non essere preda della fame emotiva

  • Medito (20 minuti) per allenare l’ascolto e la resilienza
  • Cammino o faccio attività fisica (30 min) per uscire dai pensieri e dalle preoccupazioni e ritrovare la concretezza del corpo
  • Mi fermo quando la mia testa va a mille e torno alla presenza
  • Sono consapevole e in contatto con me stesso durante i miei pasti (ogni volta che mi trovo a contatto con il cibo)
  • Non forzo la mano alla stanchezza ed evito di abbuffarmi di impegni, oltre che di cibo


È così semplice? Sì, lo è. Anche se non è altrettanto facile. Certe abitudini sono dure a “morire” e la nostra
relazione col cibo fa parte della nostra cultura ed è una relazione affettiva, oltre che un automatismo consolidato.

Autorevoli studi neuroscientifici hanno dimostrato che per disattivare un’abitudine consolidata siano necessari da un minimo di 66 giorni (chissà perché proprio 66?) e un massimo di 9 mesi…

La costanza nel non assecondare gli automatismi disfunzionali è quindi una delle risorse più importanti.

E, almeno in questo, noi uomini sembreremmo essere avvantaggiati...

Non c’è distinzione di genere per ciò che riguarda i disordini alimentari. Ne soffrono sia gli uomini che le donne. Noi una soluzione l’abbiamo trovata.

Attiva ora la prova gratuita di 14 giorni e scopri come possiamo aiutarti

INIZIA GRATUITAMENTE IL PERCORSO

Scritto da

Giorgio Serafini Prosperi
Giorgio Serafini Prosperi

Mindfulness counselor, scrittore e istruttore di meditazione. Ex obeso, ho ottenuto una perdita di peso di 60 chili, mantenuta nel tempo. In Breaters ti insegnerò ad utilizzare la consapevolezza per ritrovare l'equilibrio interiore.

Vai alla scheda dell'autore

Lasciaci il tuo commento, saremo felici di ascoltare la tua opinione e rispondere alle tue domande

Iscriviti alla newsletter

Inserisci i tuoi dati nei campi qui sotto per ricevere aggiornamenti da Breaters!